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Fece un tiro di sigaretta e la spense. Si rivolse a Bobby. E tu invece? Domandò. Chi è la tua insegnante? La signorina Carpenter, disse Bobby. Chi? La signorina Carpenter. Non la conosco. Ha i capelli lunghi e… E poi? Domandò la signora Stearns. Porta sempre dei maglioncini. Davvero? Quasi sempre, disse lui. E tu cosa ne sai dei maglioncini? Non so, rispose Bobby. Mi piacciono, credo. Uh, disse la vecchia. Sei troppo giovane per pensare alle donne con i maglioncini.

Questo venerdì il GDL1 di Melegnano si è riunito per discutere il primo romanzo della trilogia della pianura di Haruf “Canto della pianura”. Ad esso seguono “Crepuscolo” e “Benedizione”: opere che nel loro insieme sono ricordate dalla critica letteraria come un canto di speranza e umanità.kent haruf
Le lettrici del GDL1 hanno trovato “Canto della pianura” una lettura piacevole, favorita da una struttura semplice e da capitoli ben definiti. È stato apprezzato molto il cambio di registro che è stato di volta in volta adeguato ai personaggi protagonisti. È stata colta come scelta stilistica capace di enfatizzare la realtà rurale descritta, rispettando l’adesione profonda alle tradizioni tipiche delle realtà contadine, povere, chiuse, molto legate alla loro terra, alle origini e ai loro valori: a rischio di enfatizzarli tanto da distorcerli.
Al centro del Canto si trovano i drammi della vita quotidiana di ogni personaggio, vite che, benché lontane dalla realtà dei nostri giorni, hanno permesso alle lettrici di entrare con loro in empatia e di immedesimarsi nelle loro esperienze arrivando a cogliere da ogni storia dei veri e propri insegnamenti: talvolta chi si trova in situazione di bisogno stenta a chiedere l’aiuto altrui, per vergogna, per orgoglio, per timore. “Canto della pianura” invita a non dubitare della solidarietà umana: prova a chiedere e qualcuno potrà rassicurarti. D’altra parte ci sono i due fratelli protagonisti per i quali ci s’interroga sui motivi che li hanno portati a non sposarsi. Motivi che vengono compresi dai due figli più piccoli di Tom Guthrie e che non hanno a che fare con la ricerca, non risolta, della donna giusta ma, piuttosto, con la difficoltà di vivere con una donna, dopo anni di solitudine e fraterno sostegno. Emerge nelle lettrici la riflessione su quanto possa essere difficile separarsi da legami così forti come quelli che nascono nella solidarietà del reciproco bisogno.
L’insieme del testo sembra essere caratterizzato da una forte malinconia di fondo; una malinconia vicina al lettore, comprensibile quanto rintracciabile nei drammi quotidiani che caratterizzano la vita odierna. Quella malinconia tipica dei Canti che riesce tuttavia a connotarsi di una profonda speranza e umanità.
Un’analisi più aperta e trasversale che ha ripercorso le varie tappe di lettura, proposte dal GDL per quest’anno, da Steinbech a Faulkner e Haruf, ha invece permesso al gruppo di cogliere e assodare come, un pensiero chiuso e talvolta bigotto, tipico delle realtà rurali, povere e contadine, appartenga anche alla struttura del tessuto sociale americano, il quale si promuove in tutto il mondo come stato emblema del Capitalismo, del pluralismo di pensiero, del Liberalismo democratico. Realtà condizionate da una forte fede ortodossa, la quale non influenza solo gli usi e i costumi, le feste, le cerimonie e la vita del paese ma ne determina in maniera intransigente valori, scelte sentimenti.”Canto della pianura” vede la sua prima pubblicazione nel 1999, anno dal quale sono trascorse esattamente diciannove primavere di intensi cambiamenti (tecnici quanto culturali). Tuttavia le lettrici rintracciano in questo excursus storico-sociologico, realizzatosi mediante la lettura dei grandi classici, le radici di valori vivi ancora oggi: dalla struttura familiare americana di stampo patriarcale, maschilista (rispetto alla struttura familiare europea più materna e talvolta assistenzialista) alla cultura protezionista che si erge al culto delle armi. Dalla mentalità imprenditoriale all’ideale dell’uomo che, lungi dal soccombere al proprio destino, si costruisce passo passo la sua strada, che sappia o no la destinazione.

Le lettrici si ritroveranno in data 5 ottobre, a termine della pausa prevista per l’estate: discuteranno “L’isola di Arturo” di Elsa Morante e a libera scelta “La ragazza dai capelli rossi” di Pamuk o “L’arminuta” di Donatella Di Pietrantonio, come sempre presso la Biblioteca Comunale di Melegnano “Carlo Emilio Gadda”.

Buone vacanze!!

 

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“Viveva coi negri, tenendosi alla larga dai bianchi. Mangiava con loro, dormiva con loro, irascibile, imprevedibile, taciturno. Ora viveva come marito e moglie con una donna che sembrava una scultura d’ebano. La notte giaceva accanto a lei, insonne, e si metteva a respirare forte e profondo. Lo faceva con intenzione, sentendo, perfino osservando, il proprio petto bianco arcuarsi sempre più a fondo nella gabbia toracica, cercando di inspirare l’odore scuro, lo scuro e impenetrabile pensare ed essere dei negri, cercando ad ogni espirazione di espellere da dentro di sé il sangue bianco e il pensare e l’essere bianco. E per tutto il tempo, a sentire l’odore che cercava di rendere proprio, le sue narici si sbiancavano e si tendevano, tutto il suo essere si contorceva e si ribellava come per una violenza fisica, un rifiuto dello spirito.”

 

phpThumb_generated_thumbnailjpg.jpegLa ricorrenza mensile caduta in data venerdì 5 maggio ha visto le lettrici del GDL1 discutere la narrativa faulkneriana artefice di “Luce d’agosto”, premio Nobel per la letteratura nel 1949.
All’apice di questo successo il Gdl1 pone senza dubbio l’originalità delle trovate linguistiche che contraddistinguono la penna e il talento di Faulkner: uno scrittore complesso, ricco e poco lineare, amante degli sbalzi spazio-temporali liberi da una cronologia rigida e necessariamente sequenziale; per questo a volte non facile da seguire. «Faulkner non è un autore che leggi distrattamente» sottolineano le lettrici: «su Faulkner ci devi stare sopra».
Fra i temi che hanno caratterizzato il confronto all’interno del gruppo di lettura emerge la questione razziale. Nonostante le origini del sud e le opinioni anti-segregazioniste di Faulkner, l’autore non condivideva l’ideale della rivoluzione legislativa, piuttosto, credeva fermamente alla necessità che “i negri si liberassero da sé. Non sarebbe stato il diritto a cambiare le cose ma “i negri stessi”. Mediante la loro vita e il loro coraggio avevano il compito di cambiare non solo la legge ma la cultura. D’altronde Faulkner era persuaso del fatto che le rivoluzioni, quelle destinate a durare, debbano nascere da dentro, dalle persone e, in tal senso, solo le persone di colore avevano il potere di fare qualcosa, di cambiare il corso del proprio avvenire. In tal senso essi, per l’autore, lungi dall essere considerati delle vittime, avevano il dono e il compito dei predestinati: divinità della terra in un mondo capovolto.
La carenza dei diritti civili, di un’etica, di valori che potessero salvaguardare un minimo di equità, un minimo di democrazia fra le persone, ha portato alla mente delle lettrici la realtà oggi vissuta in Africa, l’oppressione e le ingiustizie cui è ancora sottoposta la popolazione, la miseria e le disuguaglianze estreme, drammatiche, talvolta incomprensibili e a quanto pare invulnerabili, là dove manca un governo, dove mancano tutele, diritti, doveri.
A tal proposito emerge l’opinione generale secondo cui anche per l’Africa non possa esserci rivoluzione che non nasca dall’Africa stessa. Le più grandi risorse saranno le madri che educano i propri figli, che forgiano le menti.
Tornando a “Luce d’agosto”, delle prime trecento pagine almeno, viene apprezzato il realismo descrittivo del dolore, della sofferenza, della storia che appartiene ai personaggi: un realismo forte che apre alla dimensione umana – e così – alla comprensione più cruda di questo periodo storico.
L’attenzione cade sui concetti che attraverso la storia di ogni singolo attore presentato vengono espressi, scritti e riscritti con toni sempre più ricchi, proposti e riproposti con nuove sfumature e prospettive differenti, talvolta più di quante possano sembrare necessarie al lettore. «Faulkner difficilmente toglie e piuttosto aggiunge; non è certo un autore asciutto».
È stato apprezzato in particolar modo il controsenso rappresentato dai personaggi: la piena espressione del razzismo più bestiale da una parte e l’immagine di una finestra aperta sul possibile dall’altra. La complessità esistenziale che riescono a esprimere è stata percepita dalle lettrici come paradossale, spiazzante, alla maniera di tutte quelle realtà che rivelandosi ti interrogano.
Personaggio centrale alla storia è Joe Christmas: un uomo misterioso, sfuggente, dal sangue nero e dalla pelle bianca, ignaro di chi sia davvero e destinato a non saperlo. Un uomo complesso e per certi versi controverso, destinato a fuggire dal proprio passato senza sapere verso quale futuro dirigersi, oltre a non sapere chi sia, sembra non sapere chi voglia essere.
È risultata invece poco definita, dai toni paradossali, la figura di Joanna Burden, e in particolar modo quello che riesce a suscitare nel protagonista, Christmas. Una figura che abbiamo detto “misteriosa anche per se stesso” che svelerà “l’identità del proprio sangue” alla comunità che come bianco lo avevo accolto, rifiutando però ogni ipotesi di ricerca delle proprie origini. Un uomo inquieto la cui realtà è intrisa di luci e di ombre che cerca di lasciarsi alle spalle, mentre prosegue il proprio cammino deserto, obbedendo non altro che a un proprio ordine delle cose. Un ordine che Joanna, nelle migliori delle intenzioni, riuscirà suo malgrado a mettere in discussione. Joanna è l’unica protagonista presente nella salvaguardia dell’uomo nero, discriminato, offeso, in quella polvere di terra e solitudine che fa da sfondo al realismo della narrativa faulkneriana.
I membri del gruppo di lettura s’interrogano per tanto sulla natura di una cultura comunitaria così ottusa, timorosa degli altri, del male, di Dio, che fa da scena al periodo storico descritto.
Viene proposta l’ipotesi di una comunità intrisa di una religione cristiana calvinista, non finalizzata alla ricerca del Bene – dalla fede in un Dio Buono – quanto alla necessità di sconfiggere il male, e i demoni dai quali nessuno, nel romanzo, sembra essere esente.
Comprendiamo allora come la luce di cui parla Faulkner sia una luce crudele. Scrive Nicola De Zorzi: «una luce che si frappone spietata all’ombra in cui i suoi personaggi vorrebbero nascondersi, li espone ai propri demoni e li lascia nudi tanto davanti al lettore, quanto ad un destino che pare immutabile. Ne è un esempio Christmas, la cui misteriosa consapevolezza di avere “sangue negro” nelle vene lo porterà a dover convivere e lottare con un tremendo contrasto interiore, una carenza d’identità dolorosa e terrificante».
Al termine del confronto rimane nelle lettrici il desiderio di approfondire ulteriormente la realtà espressa e controversa che vive in ogni singolo personaggio quanto quella del contesto comunitario descritto da Faulkner. Un contesto poi non così diverso da alcune realtà ancora presenti negli Stati Uniti d’America: la realtà delle grandi pianure, delle grandi distese isolate di terreni incolti e abbandonati che non mancano nella grande America cui siamo soliti pensare.
Una realtà particolare, quella di un Paese affatto in sintonia con il resto del mondo, con le grandi metropoli erte a emblema del loro universo capitalistico, una realtà ben descritta nell’opera proposta in tal senso da una delle partecipanti del GDL1 come lettura di confronto per l’incontro successivo: l’opera “Canto della pianura” di Haruf Kent.

Venerdì 8 giugno presso la biblioteca di Melegnano, ore 15,30

#Canto della pianura
#Haruf Kent

Ogni sera mentre fissavo la finestra in alto ripetevo piano la parola paralisi. Aveva sempre suonato strana alle mie orecchie, come la parola gnomone nella geometria e la parola simonia nel catechismo. Ma ora aveva per me un suono simile al nome di qualche essere malefico e colpevole. Mi riempiva di paura, eppure desideravo ardentemente esserle più vicino…

James Joyce

Tratto da “Sorelle” in “Gente di Dublino”

L’incontro del gruppo di lettura che si è tenuto giovedì 23 marzo ha discusso l’opera di James Joyce “Gente di Dublino”: una raccolta di quindici racconti che è stata pubblicata da Grant Richards non prima del 1914, dopo essere stata rifiutata diciotto volte da quindici case editrici diverse. La raccolta viene inquadrata dalle lettrici del gruppo come un affascinante “mosaico” volto a mostrare al lettore un mondo infelice, buio, soffocato; quel mondo da cui James Joyce è fuggito, riuscendo a pubblicare solo in Italia, finalmente, la propria opera, e la propria denuncia. James Joyce pone l’attenzione sulla caduta morale e sulla debolezza di spirito dei suoi concittadini, sulla povertà dei valori religiosi, politici e culturali, mentre, uno dei temi principali verte sulla paralisi morale dell’uomo e sul desiderio di fuga che inesorabilmente fallisce.

Le lettrici notano subito la malinconia dell’autore trasparire da ogni pagina, in ogni racconto e denunciare, così, la tristezza di una Dublino chiusa, piccola, stagnante, mentre, è stato percepito come “noioso” l’iniziale approccio narrativo, profondamente descrittivo, simbolico e minuzioso, che accoglie il lettore, fin dalle prima pagine. L’attenzione si posa anche sulla scelta dei colori: Joyce non ricorre infatti al verde o al blu, e utilizza piuttosto il grigio-azzurro, il verde marcio, trasmettendo al lettore la chiusura, l’umidità e la ruggine di un mondo stagnante, privo di ossigeno, tetro e soffocante. Le partecipanti si sono sentite trasportate in un mondo passato, vittoriano, lontano dalla propria realtà quotidiana. D’altra parte, a una riflessione più profonda, permessa dal confronto che anima il gruppo, è emerso come al di là dei superficiali mutamenti storici, culturali, economici, che hanno caratterizzato l’avvenire, le dinamiche viziose, statiche, deprimenti che troviamo in Gente di Dublino non hanno mai abbandonato realtà chiuse, piccole, isolane di cui tutte le partecipanti del gruppo finiscono per riconoscere il loro averne fatto esperienza: in un piccolo paese, in un piccolo quartiere, nel proprio condominio. Emerge che queste realtà, purtroppo, caratterizzano ancora, talvolta, anche il mondo del lavoro: può essere difficile portare innovazione, cambiamenti, sperimentazioni o proposte differenti alle prassi conosciute, standardizzate, anche nel mondo della scuola; un mondo che, per professione, le lettrici conoscono molto bene. Emerge fra le partecipanti al gruppo di lettura l’amara consapevolezza di quanto sia bene tenere presente che quando vuoi fare qualcosa, probabilmente avrai contro chi voleva fare la stessa cosa, chi voleva fare il contrario e la stragrande maggioranza di quelli che non volevano fare niente (Confucio). Il gdl 1 sottolinea in tal senso l’importanza rivestita da persone determinate nel perseguire i propri obiettivi, anche da sole, verso il cambiamento: verso l’innovazione; persone capaci di abbattere barriere e aprire porte che la collettività, la ricerca, la scoperta, pongono di volta in volta al servizio del progresso umano, tecnologico, didattico, valoriale, scientifico, medico, educativo, ma che poi costa fatica dischiudere e spalancare: impegno, rischi, sacrifici. L’evoluzione e il cambiamento sono processi essenziali che troviamo alla base di ogni esistenza e a fondamento della vita: nessun biologo stenterebbe a decretare il decesso di un organismo se al microscopio non ne osservasse il continuo rinnovo cellulare. Forse per questo l’incapacità di rinnovarsi degli abitanti di Dublino finisce per confluire nel capolavoro letterario del racconto “i morti” che sbarcherà nelle sale cinematografiche con la regia di Huston nel 1987. Morti trascinati da una vita che segue il suo inevitabile destino; morti che si confondono tra i vivi regalando mazzi di fiori e danzando le note di un malinconico valzer nella notte di natale. Anime viziate dall’alcol che risulta l’unica via di fuga: dal peso di una vita che li opprime, che li schiaccia e che loro difendono con le unghie, amareggiati, bigotti, rassegnati. I personaggi descritti e la vita narrata nei diversi racconti segue un canovaccio inquieto e paralizzante. È il canovaccio di chi sembra destinato a ripercorrere costantemente i propri passi, a commettere gli stessi errori, a farsi guidare dalle medesime dinamiche “circolari” come quelle che caratterizzano i rapporti di violenza, di sfruttamento, che legano la vittima al suo sfruttatore; dinamiche , caratterizzate dal desiderio di fuga e dalla paralisi, che sembra impossibile spezzare.

Il prossimo incontro si terrà in data 4 maggio, presso la biblioteca comunale di Melegnano alle 15.30. Le partecipanti discuteranno la lettura di Luce d’agosto di William Faulkner, premio Nobel per la letteratura nel 1949.

 

“Le donne osservano i mariti per vedere, sul loro volto, se era davvero giunta la fine. Le donne stavano zitte e osservavano, e se scoprivano l’ira sostituire la paura, sui volti dei loro mariti, allora sospiravano di sollievo. Non poteva essere ancora la fine. Non sarebbe mai venuta la fine finché la paura si fosse tramutata in Furore”.

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In data 16 febbraio, presso la biblioteca di Melegnano, il Gruppo di Lettura 1 ha proseguito l’intento, che si era preposto, di cogliere e approfondire i cambiamenti che hanno caratterizzato la nostra società attraverso la lettura dei grandi classici.
In accordo con tale progetto, le partecipanti hanno discusso “Furore”, capolavoro della cultura letteraria americana del 900 con il quale Steinbeck si aggiudicò il premio Pulitzer (1940).
Nonostante la dissonanza fra le scelte stilistiche lessicali optate nelle traduzioni, selezionate dalle lettrici, e le loro abitudini narrative, afferenti a una terminologia tendenzialmente più attuale, il romanzo è stato definito, da una delle partecipanti: «uno dei libri più belli mai letti»; mai come in questo caso la discussione col gruppo è stata tanto attesa e sentita così preziosa.
Fra i temi principali troviamo: il ruolo svolto dalla proprietà privata nella storia e la sete di potere, il progresso della tecnologia e i cambiamenti che hanno travolto la società con l’arrivo delle macchine, il tema della crisi e della sofferenza come – al tempo stesso – della speranza, del coraggio e della forza d’animo che emergono nella tragedia.
Considerando i nostri tempi, ora, sarebbe, forse, strano non trovarci qualcosa di familiare.
L’opera, di fatti, è stata definita dal gruppo: «la rappresentazione letteraria della grande depressione degli anni 30» e, al tempo stesso, un’opera letteraria dai contenuti fortemente attuali che, inevitabilmente, ha portato le lettrici a interrogarsi sul reale progresso di cui tanto si parla e che si riconosce alla storia dell’uomo. Davvero non abbiamo imparato nulla? Davvero la storia si ripete inesorabilmente reiterando sempre gli stessi errori?
In particolare, la riflessione ha voluto approfondire come una delle conseguenze più impressionanti della grande depressione in America, dopo il tracollo del 29, fu quella sorta di nomadismo di massa che raggiunse la cifra di cinque milioni di persone, di cui forse un quarto costituito da giovani, che vagavano senza una meta precisa alla ricerca di lavoro, spinti da stanchezza e disperazione. Fu l’esodo dei contadini delle grandi pianure, che seguì ai periodi di siccità (1934-36), all’erosione dei terreni e alle tempeste di sabbia che devastarono Oklahoma e le zone limitrofe. Migliaia di agricoltori, ridotti alla miseria si videro costretti ad accatastare i pochi averi che possedevano su vecchie auto e a dirigersi verso ovest: verso la California. È l’esodo che ci racconta Steinbeck ma che infondo ricorda al lettore qualcosa di quasi intimo e, per l’appunto, quasi familiare; un fenomeno migratorio che ha sempre caratterizzato i periodi di crisi quanto il loro superamento. Le lettrici hanno ricordato e approfondito similitudini e divergenze ripensando, in primis, ai fenomeni migratori che hanno caratterizzato gli anni 50 e 70 del nostro Paese quando l’esodo all’estero non frenò gli spostamenti interni dalle campagne e dalla montagna verso le città, dalle regioni del Nord-Est verso le aree più industrializzate del Nord-Ovest ma soprattutto dal Meridione verso il Settentrione. La distribuzione demografica del Paese subì la più importante modificazione di tutta la sua storia: quasi venticinque milioni di persone si spostarono sul territorio e, nei cinque anni del «miracolo economico» – dal 1958 al 1963 – oltre nove milioni di persone lasciarono il Mezzogiorno. Si trattò di migrazioni prevalentemente definitive che caratterizzarono l’esplosione demografica delle città: Milano passò da 1.274.245 abitanti del 1951 a 1.681.045 del 1967.
È la storia dell’esodo che – sottolineano le lettrici del gruppo – troviamo alle origini della storia americana. L’esodo dei forestieri alla ricerca del West, alla ricerca della Terra Promessa.
Un generale accordo è stato trovato, infatti, sul sogno tipicamente americano che emerge dall’opera: quel sentimento profondamente liberale di estrema fiducia nelle possibilità di riscatto individuale, in ogni disgrazia e al di la di qualsiasi ostacolo.
Molto forte è il tema del viaggio, di una famiglia che non esita a muoversi e a sfidare la sorte della povertà che caratterizza le campagne. È la storia del coraggio e dell’intraprendenza di chi trova la forza di prendere in mano il proprio destino, anche e, soprattutto, nella disgrazia. Quella intraprendenza tipicamente americana che ha forgiato l’ideale di un uomo capace di risollevarsi da sé, in quanto capace di non fermarsi al presente, ma di guardare piuttosto al futuro, con quella speranza e fiducia che non si lascia fermare dall’incertezza della vita, quanto per la meta.

È forse la storia del mondo, dei cambiamenti planetari che da sempre hanno forgiato il passato, il futuro e l’evolvere di culture e società, fin dai loro primi albori.
Una storia che, forse – riflettono le lettrici – non abbiamo ancora imparato a comprendere.

Prossimo incontro venerdì 23 marzo, presso la Biblioteca di Melegnano, ore 15,30.
Le lettrici discuteranno i racconti di James Joyce raccolti in “Gente di Dublino” abbandonando la scena americana degli ultimi incontri e affacciandosi, così, al panorama della letteratura Europea.

 

Macomber non sapeva come si fosse sentito il leone prima di attaccarli, ne durante l’attacco quando la sberla incredibile del 505, con una velocità iniziale di due tonnellate, lo aveva colpito alla bocca, ne cosa lo spingesse ad avanzare dopo il colpo, quando il secondo scoppio lacerante gli aveva fiaccato i quarti posteriori e lui aveva continuato a strisciare verso l’oggetto assordante e sterminatore che lo aveva distrutto. Wilson ne sapeva qualcosa e lo esprimeva dicendo solo: «gran bel leone» ma Macomber non sapeva nemmeno cosa pensasse Wilson della situazione. Non sapeva nemmeno come la pensasse sua moglie, a parte il fatto che con lui aveva chiuso.

La breve vita felice di Francis Macomber

Ernest Hemingway

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L’incontro che si è svolto presso la biblioteca comunale di Melegnano in data 12 gennaio ha visto il gruppo di lettura 1 confrontarsi sulla prosa e sui temi presenti nell’opera “I quarantanove racconti” di Hemingway, un classico della letteratura americana del 900. Durante l’incontro è emerso come Hemingway sia ricorso a toni molto asciutti, forti, e diretti nell’affrontare questi temi, tipico del suo stile e forse emblematico della sua prosa. La freddezza e l’oggettività con cui sono descritti gli eventi è stato trovato quasi asettico, poco toccante, e capace di trasportarti là dove vuole portarti l’autore, attraverso immagini vivide e paragonabili a quelle di un accurato realismo fotografico, ma per osservare le cose attraverso un gelido specchio che ambisce all’imparzialità del giudizio, finendo di fatto per stimolarlo in chi legge. Si è trattato tuttavia di un aspetto colto da diversi membri del gruppo di lettura come sorprendente, in quanto capace di stupire il lettore attraverso il non detto di chi scrive. Poco attuale è stato sentito il tema della tauromachia così come l’antifemminismo che spesso caratterizza la produzione letteraria di questo autore, e in particolar modo le opere della sua maturità. Tutti si sono trovati concordi nel riconoscere la carenza di subordinate nel testo a favore di una scrittura che si struttura su coordinate dai tratti giornalistici e alle quali si rimanda l’effetto narrativo conciso e scorrevole dell’opera. Fra i temi emersi più apprezzati è stato evidenziato il valore semantico del racconto “Il ritorno del soldato” in cui Hemingway affronta l’esperienza del mentire. Ciò che le lettrici hanno colto è la centralità della sofferenza verso la conquista di una consapevolezza fondamentale nel mostrare all’uomo l’importanza di una vita autentica, quale messaggio implicito, che è compito del lettore riuscire a cogliere. Nel racconto “Per chi suona la campana” è stato rilevato un particolare interessante nell’intento di mostrare l’umanità da una prospettiva del tutto differente, capace di far perno così sulla curiosità del lettore, attraverso una descrizione paesaggistica molto accurata. Per quanto poco amato sia stato il tema della corrida, una delle partecipanti ha portato l’attenzione sulla figura dell’uomo decadente e disprezzato che nel suo misurarsi in quel generale disprezzo emerge come l’uomo che si misura con se stesso, ad ogni costo, fino alla morte. Una figura eroica che trasforma la propria e inevitabile sconfitta in una vittoria del carattere. Un ulteriore accordo è emerso infine nel confronto sulle tematiche presenti nel primo racconto della raccolta titolato “La breve felice vita di Francis Macomber” è di fatti emerso essere il racconto in cui è possibile trovare la gamma più completa delle tematiche affrontate dall’autore con la sua maturità. Particolare attenzione è stata posta sul tema della caccia emblema della sfida fra la vita e la morte e della tensione che la caratterizza. Sfida che deve essere leale perché solo l’uomo autentico può dirsi coraggioso. La caccia, la corrida, la guerra, simboleggiano quindi il luogo emblematico in cui esorcizzare l’inevitabile confronto con la morte e la tensione che ne deriva, cui è necessario trovare una risposta coraggiosa e virile. Luoghi emblematici in cui l’uomo si confronta innanzitutto con se stesso. Inevitabile è risultato l’interrogarsi sull’attualità dell’opera e dei suoi contenuti. A una prima riflessione è emersa la dimensione culturale interventista in cui l’autore a cavallo fra le due guerre, attivismo e futurismo si trovava immerso. Educato alla caccia e cresciuto a intimo contatto con la natura fin da bambino. D’altra parte è stata riconosciuta la dimensione personale di una tale predisposizione agonistica del carattere. Il dibattito si è concentrato sulla dicotomia cultura-natura dell’individuo e sulla dimensione più intima di tale predisposizione che prende forma all’interno della costante dialettica tra formazione e temperamento del soggetto. Non è stato un caso quando una delle partecipanti ha ricordato la sua lettura della raccolta in età giovanile, riportando come il confronto con l’impressione colta a distanza di anni le sia stato imprescindibile. Tematiche e stile narrativo erano stati colti con maggior fervore al suo primo incontro con Hemingway e i suoi racconti, nei quali maggiormente riusciva a riconoscere le sue esperienze e le sue relazioni amicali. Attualmente ha sentito invece emergere la preferenza per il romanzo, rispetto al racconto, spesso troppo breve per riuscire ad appassionarla e incuriosirla. D’altra parte è stato riconosciuto e generalmente condiviso come lo stile conciso e scorrevole dell’autore abbia favorito la lettura dei testi. Racconti brevi che si è giunti a definire “perfetti in quanto tali”, capaci di arrivare al contenuto senza troppi giri di parole o “inutili fronzoli”. Racconti che, come un’opera d’arte, senza dire nulla riescono a mostrare ogni cosa.

Obiettivo e progetto annuale del gruppo di lettura si legano alla scelta di ripercorrere un excursus storico dei grandi classici della letteratura per cogliere attraverso di essi i cambiamenti sociali che hanno caratterizzato la nostra storia.

Prossimo incontro venerdi 16 febbraio, ore 15,30 presso la Biblioteca di Melegnano. Si apre il confronto su “Furore” il capolavoro letterario di John Steinbeck con cui l’autore sia aggiudicò l’ambito premio Pulitzer e opera che probabilmente contribuì a renderlo eroe letterario, premio nobel per letteratura nel 1962.

“Per me scrivere è stato sempre cogliere, dal tessuto fitto e complesso della vita qualche immagine, dal rumore del mondo qualche nota, e circonadare di silenzio”

L’incontro conclusivo del gruppo di lettura prima delle vacanze estive si èdownload incentrato sui libri scritti da Lalla Romano, in particolar modo sui seguenti libri: “Ospite”, “Inseparabile” e “Nei mari estremi”.

Questi tre libri sono stati scelti perché hanno permesso alle lettrici di avere una visione più ampia e completa dell’autrice (criterio che è stato usato anche per gli altri autori) ed essendo libri poco corposi è stato possibile leggerli nell’arco di un mese di tempo.
Durante la riunione è emerso il difficile rapporto della scrittrice con suo figlio, un aspetto che si rivela grazie al carattere autobiografico dei suoi libri.

In nessuno dei tre libri viene descritto il figlio, che rimane nell’ombra della vita della scrittrice.
Proprio nell’ “Ospite”  l’autrice afferma di aver difficoltà nel gestire e rapportarsi con i bambini (il libro racconta la convivenza tra Lalla Romano con il nipotino Emiliano) in quanto le manca l’attitudine ad essere madre.

L’aspetto che ha convinto le lettrici è la capacità dell’autrice di saper scrivere in maniera armonica e fluida. Una scrittura che all’inizio sembra essere sviluppata in modo vecchio e apparentemente “disordinato” ma alla fine si rivela capace di conquistare il lettore.
Una lettrice ha sottolineato che questi libri mettono in evidenzia un egoismo inconsapevole dell’autrice in quanto emerge la tendenza di quest’ultima di voler essere al centro dell’attenzione.
Un egoismo non cattivo che la porta ad essere egocentrica ritenendosi più importante delle persone che le stanno intorno.
La riunione si conclude con la decisione di continuare a leggere altri libri dell’autrice durante l’estate.

Il prossimo incontro si terrà il 10 ottobre e si discuterà su altri tre libri (Maria, La penombra che abbiamo attraversato, Uomo che parlava da solo) scritti da Lalla Romano.

 

 

“Con una vecchia fotografia in mano, lo studente ebreo americano Jonathan Safran Foer intraprende un viaggio in Ucraina alla ricerca della donna che forse ha salvato suo nonno dai nazisti. Ad accompagnarlo il coetaneo Alex dell’agenzia “Viaggi Tradizione”, il nonno di lui quasi cieco e un cane puzzolente. Il racconto esilarante si alterna a una vera e propria saga ebraica che ripercorre la storia di un villaggio ucraino distrutto dai nazisti.”

 Nell’ incontro di maggio si è parlato del primo libro scritto dall’americano Jonathan Safran Foer.
L’opera descrive il viaggio compiuto da Foer alla ricerca delle proprie origini ebraiche.
Durante la riunione le lettrici si sono trovate d’accordo nell’ affermare la difficoltà nel comprendere molte parti del testo. Questa difficoltà è legata allo stile creativo dell’autore che utilizza termini e espressioni particolari, spesso di difficile interpretazione.
Il libro (il primo, scritto dall’autore) è stato considerato “inferiore” rispetto alle altre opere dell’autore.

Una lettrice dopo l’iniziale fatica nel leggere le prime pagine, causata da un linguaggio senza senso voluto dall’autore, ha cominciato lentamente ad apprezzare il libro in quanto questo affronta uno dei problemi più grandi di coloro che sopravvissero all’Olocausto cioè il tema dell’angoscia del continuare a vivere.

Un’altra lettrice ha trovato il libro complicato e poco chiaro e proprio queRisultati immagini per ogni cosa è illuminatasta motivazione l’ha spinta a lasciarlo a metà e a non proseguire la lettura.  Nonostante ciò questa lettrice ha voluto capire meglio il libro, andando a vedere il film “Ogni cosa è illuminata” e in tal modo ha potuto comprendere meglio il libro.

Un’altra lettrice non ha apprezzato questo testo, per il modo in cui Foer alterna modi comici e modi tragici tipici della cultura ebraica yiddish. Lei ha trovato però interessante la capacità dell’autore di partire da una storia (quella sulla scoperta delle sue origini) per poi svelare altre storie passate di  uomini (ad esempio la storia del nonno cieco di Alex) che hanno affrontato momenti sconvolgenti e drammatici nella storia del novecento.