Martedì 5 0ttobre 2010, alle ore 17.45, il gruppo di lettura si è riunito per discutere il libro di Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano.
È il primo incontro della stagione 2010/2011 e si discute il libro letto durante l’estate. Ci sono molta attesa nel gruppo e altrettanta voglia di discutere.
Il libro vuole essere una sorta di “autobiografia” dell’imperatore romano Adriano, quasi fosse un testamento scritto in forma di lunga lettera al nipote adottivo Marco Aurelio. Racconta la vita e il pensiero di Adriano, nonché le vicende storiche che lo hanno visto protagonista. Ci fa vedere un uomo anziano (l’imperatore muore a 62 anni), che sa di essere giunto al termine della sua vita e cerca di “passare il testimone” a chi verrà dopo di lui.
Diverse persone lo avevano già letto in precedenza e lo hanno riletto con piacere, altre hanno fatto fatica a leggerlo addirittura qualcuno non l’ha terminato, volutamente.
Comunque chi lo ha letto l’ha trovato piacevolissimo, molto moderno e attuale, soprattutto riferendosi alla gestione del potere: “mi piacerebbe che molti nostri politici avessero gli stessi intenti di Adriano nella gestione della cosa pubblica”, “la sua lettura mi ha fatto desiderare che anche nell’epoca attuale ci fosse il suo sentire” .
Adriano è un uomo di grande cultura, più greco che romano, amante dell’arte, della filosofia, riorganizzatore dello stato e imperatore pacifico per l’epoca, combatté solo guerre di difesa dei confini dell’impero, sapendo che il territorio era troppo grande per essere gestito efficacemente da Roma. È un uomo votato alla ricerca di sé secondo il metodo socratico, consapevole della vita con tutte le sue sfaccettature. Aveva una concezione dello stato lungimirante: non infierisce sui vinti, cerca l’integrazione e la coesione sociale, si affida molto alla costruzione di relazioni tra gli uomini e le loro culture, osserva che la religione che richiede sacrifici agli uomini va contro l’indole umana.
Così di fronte alla morte di Antinoo, il suo amato, non esita a dire: “Quelle esili barriere elevate dall’uomo contro la morte si sviluppavano su due linee: la prima consisteva nel presentarcela come un male inevitabile; nel ricordarci che né la bellezza, né la giovinezza, né l’amore sfuggono alla putrefazione; nel provarci infine che la vita e la sua infinita teoria di sciagure sono ancor più orrende che la morte, e val meglio perire che invecchiare: verità propinateci per indurci alla rassegnazione; ma esse giustificano soprattutto la disperazione. La seconda linea di argomenti è in contraddizione con la prima, ma i nostri filosofi non vanno molto per il sottile: non si tratta più di rassegnarsi alla morte, ma di negarla. Solo l’anima conta; e veniva posta con arroganza, come un dato di fatto, l’immortalità di questa entità vaga, che non abbiamo mai vista operare senza il suo corpo, prima ancora di darsi la pena di provarcene l’esistenza” (p. 196-197).
O quando l’amico Cabria “si sgomentava per le nostre vecchie religioni, che non impongono all’uomo il giogo di alcun dogma, si prestano a interpretazioni tanto varie quanto la natura stessa, e lasciano che i cuori austeri si foggino, se lo vogliono, una morale più alta, senza costringere le masse a precetti troppo rigidi per evitare che ne scaturiscano subito costrizione e ipocrisia” (p. 208-209).
O quando la sua intima alleanza con il proprio corpo veniva meno perché “il mio corpo cessava d’operare d’accordo con la mia volontà, col mio spirito, con quella che bisogna pure ch’io chiami, goffamente, la mia anima; il compagno intelligente d’un tempo, ormai non era più che uno schiavo riluttante alla fatica” (p. 230).
C’è chi ha trovato la scrittura anche poetica “…il Danubio era un’immensa pista di ghiaccio purpureo, poi si fece turchino; il lavorio sotterraneo delle correnti lo striava di solchi profondi come quelli dei carri” (p. 46) e “Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire” (p. 121).
C’è chi l’ha trovato un’accurata ricerca storica sul tema del potere e chi ha riscontrato che il costume, la sessualità e la religione hanno un peso importante per gli uomini nella quotidianità della vita, malgrado i buoni propositi.
Diverse lettrici vorrebbero dedicare più tempo all’approfondimento di questa lettura quasi come si fa nel gruppo di lettura descritto nel libro di Karen Joy Fowler, Jane Austen book club, perché dà moltissimi spunti di discussione.
C’è anche chi suggerisce di leggere i testi di Eva Cantarella sull’omosessualità nell’antichità per meglio comprendere la libertà nei costumi dei greci e dei romani, gli orientamenti sessuali dell’imperatore e il rapporto amoroso tra Adriano e Antinoo.
“È un libro con un piede nell’emozione e l’altro nella magia simpatica che consiste nel trasferirsi con il pensiero nell’interiorità dell’anima”.
Con questo pensiero si conclude l’incontro.
Il gruppo sceglie la prossima lettura con il libro di Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là.
La discussione avverrà martedì 9 novembre 2010, alle ore 17.45.