Martedì 12 gennaio 2010, alle ore 17.45, il gruppo di lettura si è ritrovato per discutere il libro di Cormac McCarthy, La strada.
Il libro racconta una vicenda ambientata in un mondo distrutto da una grande catastrofe. I protagonisti sono un uomo e un bambino, padre e figlio, sopravvissuti che percorrono una strada alla ricerca di un luogo sicuro per vivere, o meglio sopravvivere al profondo senso di smarrimento e di morte che li circonda. Il padre vuole costruire un futuro per il figlio ed è pronto a tutto pur di riuscirci, nonostante il presente assoluto che li circonda. Educa il figlio insegnandogli a procurarsi le cose necessarie alla sopravvivenza senza mai danneggiare gli altri. In un mondo grigio coperto dalla cenere e dalla pioggia si va alla ricerca di un futuro colorato, se non altro metaforicamente.
La speranza dell’uomo sono il bambino e il fuoco che portano.
La vicenda ha scosso profondamente le nostre lettrici dividendole in due categorie: quelle affascinate ed entusiaste di aver finalmente incontrato un bel libro e quelle angosciate dal contesto e che hanno in alcuni casi interrotto la lettura.
Fatica, ansia e angoscia sono le parole d’ordine di questo ultimo gruppo. La teoria del catastrofismo non fa per loro. Hanno sofferto del fatto che i protagonisti non avessero un nome.
“L’oscurità in cui si svegliava in quelle notti era cieca e impenetrabile. Un’oscurità che faceva male alle orecchie a furia di ascoltare, spesso non poteva fare a meno di alzarsi. Non un suono oltre al vento fra gli alberi nudi e anneriti. Si alzò in piedi e rimase lì, vacillante in quel buio freddo e autistico, le braccia tese per mantenersi in equilibrio mentre i calcoli vestibolari in corso nel suo cervello sfornavano risultati…” (p. 12).
La maggioranza delle lettrici ha provato forti emozioni che le hanno calate nella vicenda, tanto da voler sapere come si concludeva. È emozionante scoprire cosa succede nella pagina dopo, e in quella successiva ancora, e così via per tutto il libro, identificandosi nell’uomo protagonista. Hanno riconosciuto che lo scrittore fa un’analisi della vita e dei sentimenti molto profonda: è fondamentale salvare quello che c’è di bene. Hanno trovato che il bambino è più umano e più disponibile verso gli altri, forse dovuto al fatto di non aver conosciuto il mondo prima della catastrofe. Andare verso gli altri è importantissimo così come i piccoli gesti danno senso alla vita. Secondo loro si tratta di un libro che leggi con la “pancia” e che resterà in mente per diverso tempo.
“…Ricordati che le cose che ti entrano in testa poi ci restano per sempre, gli disse. Forse dovresti rifletterci.
Però certe cose uno se le dimentica, no?
Si. Ci dimentichiamo le cose che vorremmo ricordare e ricordiamo quelle che vorremmo dimenticare” (p. 10).
Il prossimo incontro è fissato per martedì 23 febbraio 2010, alle ore 17.45. la discussione sarà sul libro di David Grossman, A un cerbiatto somiglia il mio amore.
Anch’io ho letto questo libro e sono rimasta perplessa, ma le parole del critico americano Harold Bloom mi hanno aiutato a riflettere: ” Quando i romanzi divengono così difficili e così negativi nelle loro visioni, ci persuadono ancora del fatto che in noi ci sia una sostanza che prevale ? Quale utilità hanno le storie apocalittiche per il lettore ?
La negatività purifica, anche se al caro prezzo del nichilismo .”
E ancora : ” Cormac McCarthy è l’Omero della nostra epoca carica di stragi e di religiosità .
La funzione della lettura non consiste nel consolarci o tirarci su di morale anzitempo. Concludo tuttavia affermando che queste visioni americane della fine della nostra epoca ci offrono molto di più della loro negatività purificatrice. Rileggete quanto merita di essere riletto ( moby dick ) e ricorderete ciò che vi rafforza lo spirito ”
Tratto dal libro ” Come si legge un libro ” di Harold Bloom