Martedì 19 maggio 2009, alle ore 17.45, il gruppo di lettura si è ritrovato a discutere il libro Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano di Eric-Emmanuel Schmitt. Siamo un buon numero, ma non tutte.
Come in Oscar e la dama in rosa del medesimo autore, anche in questo libro il protagonista è un bambino, di nome Mosè, o meglio Momo, insieme ad un anziano, monsieur Ibrahim, droghiere musulmano. Si tratta di un bambino in difficoltà alle prese con la pazzia del padre, ebreo sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, con l’abbandono della madre e con il fantasma di un fratello che solo in seguito scoprirà inesistente, sullo sfondo di una Parigi della fine degli anni cinquanta. Momo è alla ricerca di riferimenti stabili, che troverà in monsieur Ibrahim
Il fatto che alcune lettrici avessero visto l’omonimo film di François Dupeyron ha influenzato la loro lettura, nel senso che le immagini evocate erano quelle del film, che il volto di monsieur Ibrahim era quello dell’attore Omar Sharif.
Il breve romanzo è una bella fiaba moderna, un racconto significativo e didascalico, ma non moralistico. L’incipit è di forte impatto. La narrazione suscita nel lettore la voglia di sapere cosa succede, tiene incollati al testo senza respirare. Descrive i contrasti in cui si dibatte Momo e la serenità, espressa dalla filosofia di vita di monsieur Ibrahim.
Secondo altre è anche un libro che fa vedere un po’ di speranza e di fiducia nel futuro. È un invito a conoscere l’altro e a trovare in questa ricerca una religiosità trasversale. Porta come esempio che arabo in quel quartiere di Parigi voglia dire bottega aperta la notte e la domenica e che ibrahim voglia dire voce.
Qualcun’altra aggiunge che è come nel libro di Peter Cameron, Un giorno questo dolore ti sarà utile, cioè l’anziano lascia che il giovane si apra. Ha visto in questo comportamento una grande libertà di pensiero perché la vicenda si muove tra religioni e culture diverse. In questa voglia di conoscere l’altro c’è una grande tolleranza che fa nascere un bellissimo rapporto, quasi idilliaco.
Alcune riflessioni sono legate al fatto che non si possono scegliere i genitori naturali, ma è consolante mostrare che c’è sempre un’altra possibilità, come nel caso di Momo; che la distanza è importante nel viaggio, perché lascia il tempo di vedere e capire come cambiano i luoghi; che gli arabi di Parigi sono come i cinesi di Milano.
Come mai questo scrittore mette nell’infanzia questa capacità di emancipazione, questa profondità di pensiero, questa maturità? L’infanzia è un simbolo? Appartiene a quelle persone che non hanno strutture mentali inquinate dalla complessità della vita?
Con queste domande ci lasciamo per l’incontro del 9 giugno 2009, ore 17.45, in cui discuteremo delle letture estive.