Il libro in discussione è Oscar e la dama in rosa di Eric-Emmanuel Schmitt. Ma questo martedì, 7 aprile 2009, non sono tutte presenti, più della metà sono assenti. Spero che lascino le loro impressioni sul blog. C’è presente anche una nuova lettrice, che ha chiesto di fare parte del gruppo. Un saluto di benvenuto per lei perché la sua presenza ha fatto molto piacere a tutti noi.
Entriamo nel vivo della discussione, anche se qualcuno non ricordava bene la vicenda, che in realtà è un pretesto per parlare della morte, in particolare del tema dell’accettazione della morte.
La vicenda narra di un bambino di 10 anni, Oscar, a cui restano pochi giorni di vita. All’ospedale, in cui è degente, incontra Nonna Rosa, una volontaria che convince Oscar a scrivere a Dio una lettera al giorno immaginando ogni volta dieci anni della vita che non vivrà.
Questo breve romanzo ha riscosso parecchio successo tra le lettrici presenti. Hanno apprezzato che sia scritto in prima persona, che l’avvicinarsi della morte sia vissuto così serenamente e consapevolmente da far sembrare la condizione molto naturale. C’è chi lo ha letto e riletto – il romanzo si presta a questo gioco -, chi ha trovato assurdo che un bambino così smaliziato credesse veramente che nonna Rosa fosse stata una lottatrice di catch, chi non ha incontrato forzature di sorta, chi ha apprezzato il rapporto con i compagni dell’ospedale, chi ha visto nel dialogo con Dio un parlare a sé stessi, chi crede che l’autore voglia dire che l’esperienza della morte è personale.
Tutti sono d’accordo che i genitori di Oscar fanno una gran brutta figura, solo nonna Rosa sembra capire il loro dolore, la loro inesprimibile sofferenza. La morte è una violenza, è fuor di dubbio, ma per alcune avendo vissuto un’esperienza simile si è più propense ad accettarla. Alcune lettrici dicono che il fatto di non essere parenti influisce positivamente nel rapporto tra Oscar e nonna Rosa, al contrario dell’atteggiamento tenuto dai genitori, troppo coinvolti. Ma è impossibile non esserlo.
Comunque c’è stata chi ha vissuto il libro anche in maniera didattica ed è stata colpita dalla metafora di vivere un giorno come se fossero dieci anni di vita, perché ,vede la vita come un bene di cui godere.
Sottolinea questo aspetto riportando la lettura di questo stralcio:
“Ho cercato di spiegare ai miei genitori che la vita è uno strano regalo. All’inizio lo si sopravvaluta, questo regalo: si crede di aver ricevuto la vita eterna. Dopo lo si sottovaluta, lo si trova scadente, troppo corto, si sarebbe quasi pronti a gettarlo. Infine ci si rende conto che non era un regalo, ma solo un prestito, allora si cerca di meritarlo. Io che ho cent’anni, so di che cosa parlo. Più si invecchia, più bisogna dar prova di gusto per apprezzarla. Si deve diventare raffinati, artisti. Qualunque cretino può godere della vita a dieci o a vent’anni, ma a cento, quando non ci si può più muovere, bisogna avvalersi della propria intelligenza“.
Il libro affronta la capacità di ognuno di percorrere con un malato terminale cosciente il viaggio verso la morte, che fa paura. Fa riflettere sulla possibilità di come gestire una situazione simile, sulla negazione della malattia e della morte.
Forse l’autore crede che solo i bambini abbiano la corretta tensione per accettare la morte come un fatto naturale?
Le presenti tentano di dare delle risposte, ma sostanzialmente ci si lascia con questo interrogativo. Qualcuna propone la lettura di Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano per approfondire l’autore. Sono tutte d’accordo.
Nel prossimo incontro fissato per martedì 21 aprile 2009, sempre alle 17.45 , si discuterà Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron.
Ho letto il Monsieur Ibrahim in 48 ore…..stupendo per chi ama le altre culture